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30 août 2010 1 30 /08 /août /2010 08:27

L´estate della "Pax Corsa" "Pronti al dialogo con Parigi" Fonte: ANAIS GINORI – la Repubblica | 17 Agosto 2010 Dopo anni di tensioni politiche e scontri violenti, la situazione a Bastia sta cambiando I nazionalisti vogliono un compromesso. E Nicolas Sarkozy pare disposto ad ascoltare Fra i leader locali c´è stato un importante ricambio generazionale Il modello di chi voleva l´indipendenza ora è un´autonomia stile Catalogna BASTIA. A gentile richiesta, i vecchi sulla place Saint Nicolas, sempre sorseggiando un bicchiere di mirto, raccontano ancora la storia della "Sposata". La giovane che per maritarsi con un nobile rubò la dote alla famiglia e fu punita con un terribile sortilegio: pietrificata, insieme allo sposo. Sotto al palazzo dei governatori genovesi, nel porto vecchio di Bastia, lo scorrere del tempo è un dettaglio. Si continua a parlare, nei secoli dei secoli, di possibili matrimoni forzati, unioni di comodo, separazioni imminenti. Soltanto che questa volta la dote è costituita dalla storia, dall´orgoglio di una regione che si è sempre e solo sentita nazione. «Vedremo se il presidente avrà davvero il coraggio di farlo». Jean-Guy Talamoni usa un tono di sfida, poi però sorride. Ha la faccia da bravo ragazzo, ogni tanto dice una parola in italiano per essere più galante. Avvocato, 50 anni, è uno dei volti del nuovo nazionalismo corso, qualcosa di molto lontano dai pastori incappucciati che ormai vivono solo in un immaginario da leggenda. «Siamo finalmente pronti a chiudere un ciclo» racconta il leader di Corsica Libera, partito che ha riunito un anno fa le varie correnti del nazionalismo più radicale. La sede è una palazzina tra la rue Napoleon e la place Saint Nicolas, due nomi che racchiudono un destino. Talamoni fa una pausa. «Bisogna insomma capire se Nicolas Sarkozy vuole veramente la pace». I primi segnali distensivi sono nell´aria. C´è un matrimonio che s´ha da fare, magari evitando pietrificazioni. Da qualche mese, l´inviata dell´Eliseo ha ripreso a visitare l´isola. Ogni lunedì, Marie-Hélène Debart s´infila nel Palazzu Naziunale di Corte, tra Bastia e Ajaccio, per discutere con alcuni intellettuali nazionalisti. La "Madame Corse" di Parigi ha raccolto l´appello del presidente dell´università, Antoine Aiello, autore di un manifesto "per il diritto al futuro della Corsica". «Chiedo al capo dello Stato - ha scritto - di immaginare un´altra strada, meno fatale e crudele di quella che abbiamo intrapreso da ormai due secoli». Proprio nella piccola città di Corte, bastione dell´irredentismo locale, i nazionalisti si sono riuniti all´inizio di agosto per lanciare la loro idea di tregua. Per la prima volta, non hanno trasmesso immagini di combattenti in clandestinità, ma hanno invitato il rappresentante dello Sinn Fein, Paul Flemming, chiamato a illustrare le tappe del disarmo dell´Ira. «Potremmo trovare anche noi un accordo come quello del Venerdì Santo», spiega Talamoni, ricordando il processo di pace anglo-irlandese. Le armi e la "pulitica". La Corsica oscilla da decenni tra negoziati e improvvise rotture. Oggi però sono sempre di più a credere in una svolta. Merito anche di un cambio generazionale nella classe dirigente nazionalista. Gilles Simeoni ha 42 anni, è avvocato anche lui. Il suo "Femu a Corsica" è diventato il primo partito alle elezioni amministrative di marzo, con oltre il 26% di seggi all´Assemblea locale. Un risultato storico. «Più che di rivoluzione, parlerei di evoluzione» dice Simeoni, moro, abbronzato, capelli a spazzola. «Abbiamo tracciato alcune condizioni su quali trattare con lo stato francese. Siamo finalmente pronti a prenderci le nostre responsabilità politiche». L´uomo che vuole trattare con Parigi è il figlio di Edmond Simeoni, padre nobile del nazionalismo corso, colui che aveva guidato nel 1975 l´occupazione di una azienda agricola ad Aléria. Fu la prima azione armata del movimento indipendentista, che negli ultimi trent´anni ha firmato 15mila attentati. Ma le azioni violente sono finalmente in calo: 49 nel 2009, contro i 184 dell´anno precedente. Il Fronte di Liberazione nazionale corso (Flnc) si è diviso in lotte fratricide. «Se ci sono ancora giovani che scelgono la clandestinità è proprio perché lo Stato non offre speranze di pacificazione». Simeoni mette le mani avanti. È stato anche difensore di Yvan Colonna, accusato di aver ucciso nel 1998 il prefetto Claude Erignac. L´arresto del pastore di Cargèse nel 2003, dopo quattro anni di latitanza, era stato sbandierato come una vittoria definitiva sull´indipendentismo dall´allora ministro dell´Interno Sarkozy. Ma Colonna è stato assolto in Cassazione per un vizio di procedura e ora incombe un terzo processo. Sarkozy conosce bene "Kalisté", la più bella come la chiamavano i greci, l´isola che ha avuto 37 dominatori stranieri senza mai sottomettersi del tutto. La prima moglie del capo dello Stato, Marie-Dominique Culioli, è corsa. I figli del presidente, Pierre e Jean, hanno trascorso la loro infanzia su queste spiagge. Ma le elezioni di marzo hanno anche consacrato una nuova maggioranza di sinistra, dopo 26 anni di potere assoluto della destra. La svolta "corsa" dell´Eliseo, l´offerta di una sponda politica, è insomma figlia della reciproca convenienza. I nazionalisti devono invece fare i conti con uno spaventoso aumento dei prezzi immobiliari e un aumento del costo della vita, per effetto del turismo "straniero", termine che per loro comprende anche i francesi. Gli indipendentisti chiedono un specie di federalismo duro, una cittadinanza locale che dia la priorità negli acquisti immobiliari a chi risiede da più di dieci anni sull´isola. Altra richiesta in stile simil catalano: che la lingua corsa diventi ufficiale insieme a quella francese. Infine, il riavvicinamento nelle carceri dell´isola di una settantina di «prigionieri politici». Sono le basi per il "compromesso storico". Sarkozy con la Corsica, come Tony Blair con l´Irlanda. Se matrimonio davvero deve essere, nessun sparo all´uscita della chiesa, secondo la tradizione locale. Pare siano d´accordo anche i futuri sposi, e anche questo è il primo, piccolo segno di un cambio di stagione.

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Published by jean-guy talamoni - dans Presse (politique)
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24 janvier 2009 6 24 /01 /janvier /2009 16:27

Le mouvement national affiche donc sa volonté de refondation. Que signifie
exactement ce mot pour vous ?

Depuis une vingtaine d’années, les indépendantistes avançaient en ordre dispersé. Sans verser dans l’emphase, je pense que leur unité retrouvée a un caractère historique. La refondation était une nécessité car, au moment où notre peuple n’a jamais été autant menacé, un mouvement indépendantiste fort et uni est un instrument indispensable pour la défense des intérêts corses. On l’a vu par exemple il y a quelques jours, lorsque la BNP Paribas a annoncé une action pour faciliter l’achat de maisons en Corse par des étrangers. Il est tout à fait évident qu’aucun autre courant politique n’aurait pu exiger et obtenir en quelques heures le retrait de ce projet.   


Cette recomposition n'est-elle pas quelque part un constat d'échec, une
intégration obligée des contradicteurs ?

La division des années 1990 a été une grave erreur. Chacun le reconnaît aujourd’hui. Avec la refondation en cours, nous sommes en train de dépasser cette phase négative de notre parcours. Quant aux « contradicteurs », comme vous dites, il est sain que chacun puisse donner son point de vue, quel qu’il soit. On a cependant observé, à l’occasion des premiers débats de la démarche de refondation, que nous étions largement sur la même longueur d’onde, non seulement sur le constat, mais également sur la politique à mettre en œuvre. 


La LLN opère-t-elle ainsi une sorte de "retour aux sources" ?

On peut le dire comme cela. Pour autant, il ne faut pas oublier que la Corse a changé, comme le reste du monde. Il n’est donc pas opportun de plaquer sur la situation actuelle les schémas des années 1970. Lorsque l’on observe l’histoire de la Corse depuis une centaine d’années, on relève deux phases de prise de conscience et de réaction contre les menaces pesant sur notre nation. À la fin du XIXe siècle a eu lieu un premier « Riacquistu ». Cette démarche, culturelle et politique, a été très importante : prise de conscience linguistique, avec la création de « A Tramuntana », premier journal en langue corse ; élaboration d’une littérature écrite. Mais il y eu aussi à l’époque une revendication de nature politique : en 1914, « A Cispra » affirmait par une démarche fondatrice : « A Corsica ùn hè micca un dipartimentu francese ma una nazione vinta chì hà da rinasce ». Malheureusement, la situation internationale - et notamment les deux guerres mondiales - n’a pas permis à ce premier Riacquistu de porter tous ses fruits. La période troublée de l’entre deux guerres a mis fin à un immense espoir. Dans les années 60 et 70, un second « Riaquistu » a eu lieu, à la fois - comme le premier - de portée culturelle et politique. Il a permis la création du mouvement national tel que nous le connaissons aujourd’hui, avec ses succès et ses insuffisances. Je crois que nous sommes à la fin de cette seconde phase et qu’il faut à présent, pour faire face aux enjeux, entrer de plain-pied dans un « troisième Riacquistu ».

 

En quoi consisterait ce « troisième Riacquistu » ?

 

La question linguistique et culturelle est à mon sens prioritaire. Notre langue nationale a continué à reculer, malgré la prise de conscience de ces dernières décennies. Dans le rapport « Fiatu Novu » commandé par l’Assemblée, il est dit de façon claire que le seul moyen d’inverser la tendance est un statut d’officialité. La révision constitutionnelle opérée ces dernières semaines, bien que timide et contestable, est de nature à lever certains obstacles juridiques. Le groupe Corsica Nazione Indipendente à l’Assemblée a déposé une motion demandant les moyens de mettre en œuvre cette officialité. Tous les élus devront donc prendre leurs responsabilités à cet égard.

En dehors de la question linguistique et culturelle ?

Ce « troisième Riacquistu » ne peut, à mon avis, que prendre en compte la question foncière. Un coup d’arrêt doit être mis à la dépossession. Du fait de l’augmentation des prix de l’immobilier, les Corses ne peuvent plus habiter aujourd’hui dans leur village ou leur quartier. La « réacquisition » concerne bien évidemment l’économie : la corsisation de cette économie, emplois et entreprises, est d’autant plus urgente que ce qui se met actuellement en place, c’est un développement maîtrisé par l’extérieur dont les Corses sont globalement exclus (exceptés quelques complices insulaires du système). Face à cette situation, il n’existe pour l’heure qu’une proposition de nature à freiner la dépossession de notre communauté : c’est une citoyenneté corse, fondée sur dix ans de résidence à titre permanent, qui ouvrirait l’accès à la propriété immobilière et à l’emploi. D’ailleurs, on sent aujourd’hui un frémissement à cet égard : même des élus non nationalistes commencent à examiner notre proposition avec attention.


Lors des « Ghjurnate », vous avez dénoncé un accaparement économique…

C’est une réalité que chaque Corse est en mesure de toucher du doigt : la main basse sur notre terre et sur des secteurs stratégiques par des multinationales. Le système politique français prépare la place à un nouveau pouvoir, tout aussi étranger mais cette fois de nature financière. La Corse a connu une telle situation au XVe siècle, lorsque Gênes a confié l’administration de l’île à la banque de Saint Georges, de sinistre mémoire. Dans le même temps, pour faciliter l’installation de ce nouveau pouvoir, on cherche à noyer le problème corse sous le flot de nouveaux arrivants : 4000 personnes débarquent tous les ans et s’emparent notamment de toutes les fonctions à responsabilité. Par exemple, connaissez-vous beaucoup de chefs de service d’origine corse ? En un mot comme en cent, on est en train de mettre les Corses hors de chez eux. Reste à savoir s’ils vont se laisser faire…               


Lors des Ghjurnate, avez-vous ressenti que ce discours passait bien auprès
des militants et sympathisants ?

Les milliers de Corses qui viennent aux Ghjurnate sont généralement conscients de l’ampleur des menaces qui pèsent sur notre communauté. Cette année, on a vraiment senti un grand espoir qui naissait, avec cette refondation qui constitue un nouveau départ. Mais la sauvegarde du peuple corse ne doit pas être seulement l’affaire des indépendantistes. Si l’ensemble des Corses se réveille trop tard, on parlera bientôt de notre peuple au passé. C’est déjà arrivé à d’autres. Pour notre part, nous avons commencé à élaborer des propositions concrètes pour maintenir la nation et la faire entrer dans la modernité.

 

Que pensez-vous du PADDUC ?

C’est simplement la mise à l’encan de la Corse. Le PADDUC scelle le pacte passé entre certains Corses aux affaires (à tous les sens du terme) et les forces extérieures qui sont en train de s’emparer de notre pays. Nous refuserons résolument cette démarche et formulerons prochainement nos propositions alternatives.


Comment envisagez-vous les territoriales, alors que les autonomistes se sentent le vent en poupe ?

Les territoriales, nous n’en avons pas parlé pour le moment. Ce débat viendra en son temps. Quant aux autonomistes, ils ne sont ni des adversaires ni même des concurrents, tant nos propositions respectives sont distinctes : pour notre part, nous voulons rompre avec le système français et non l’aménager. Notre offre politique est très différente de la leur. Toutes les positions sont respectables, dès lors qu’elles sont exprimées clairement et sincèrement. En ce qui nous concerne, nous plaidons pour nos idées et nous nous mettons en ordre de bataille pour les défendre.


L’indépendance est toujours à l’ordre du jour ?

Plus que jamais. L’objectif a été réaffirmé clairement par toutes les composantes de la refondation. Pour autant, il ne faut pas être dans l’incantation, mais dans la démonstration et le projet. Nous avons déjà commencé à travailler avec des experts, corses et étrangers, notamment sur le plan économique. Ils ont confirmé ce que nous nous savions déjà instinctivement : la politique française appauvrit la Corse, et ce n’est qu’en vendant leur patrimoine immobilier que les Corses ont l’impression – pour un certain nombre d’entre eux – de maintenir à peu près leur niveau de vie. D’autres, malheureusement, s’enfoncent déjà dans la précarité. De façon tout à fait prévisible, ce sera bientôt notre cas à tous, lorsque nous aurons vendu notre patrimoine. À terme, seule l’indépendance peut être en mesure d’enrichir la Corse. Mais, dès à présent, il faut faire face aux fléaux qui menacent notre communauté, à travers une avancée significative. Nous ferons rapidement des propositions précises à cet égard.

 

Mais beaucoup de Corses doutent de la viabilité d’une Corse indépendante…

Il suffit de regarder ce qui se passe autour de nous : Malte, Chypre, le Monténégro, l’Islande, demain l’Ecosse… En Europe et dans son aire d’influence, l’indépendance est plus facile à plaider aujourd’hui qu’il y a vingt ans. Mais il faut, avant tout, faire litière de tous les mensonges assenés depuis si longtemps : non, avant la France, les Corses n’étaient pas une peuplade barbare mais une nation démocratique. Non, aujourd’hui, la Corse n’est pas la danseuse de la France : cette dernière détourne nos richesses, notamment à travers le système bancaire… Il faut expliquer tout cela. Un troisième « Riacquistu » suppose, au préalable, un programme de réarmement moral de notre communauté. Pour en finir avec ce que mon ami, le philosophe Albert Memmi, appelle « la haine de soi », propre au fonctionnement mental de tous les colonisés. Pour montrer au monde ce que nous sommes, ni meilleurs ni pire que les autres : un peuple, tout simplement.

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Présentation

  • : Jean-Guy Talamoni
  • Jean-Guy Talamoni
  • : Jean-Guy Talamoni est avocat. Président de l'Assemblée de Corse, il a publié deux ouvrages politiques, "Ce que nous sommes" (Ramsay/DCL, 2001) et "Libertà" (2004), ainsi que trois livres sur la langue corse.
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